Nucleo di manoscritti di storia locale in digitalizzazione – la presa di Ancona dell’8 febbraio 1797

Nel quadro dei cantieri di digitalizzazione avviati presso la Biblioteca Luciano Benincasa nell’ambito di DiCoLab, un ruolo centrale è occupato dal nucleo di manoscritti dedicati alla storia di Ancona. Si tratta di un fondo ampio e stratificato, fondamentale per chi voglia studiare la città non soltanto attraverso i “grandi” passaggi istituzionali, ma anche nella sua tessitura quotidiana: nomi, cariche, genealogie, continuità amministrative e fratture politiche;e, insieme, notizie minute, percezioni, rituali civici e religiosi, trasformazioni degli spazi e delle pratiche.


L’obiettivo della digitalizzazione non è solo rendere le immagini disponibili: è rendere questo patrimonio progressivamente più leggibile e consultabile, e soprattutto incrociabile. Molti di questi manoscritti, infatti, non vanno intesi come contenitori neutri di “fatti”, ma come dispositivi di scrittura che selezionano, ordinano e
interpretano in modo diverso ciò che merita memoria. Metterli in rapporto — e farlo a partire da un episodio verificabile, con date e coordinate precise — permette di mostrare immediatamente come cambia la prospettiva: cosa viene messo in primo piano, cosa resta sullo sfondo, quale scala di osservazione viene adottata e quale
idea di “storia” emerge dal testo. A questo livello si aggiunge un elemento spesso decisivo, soprattutto in un fondo manoscritto: la mise en page. Il modo in cui la pagina è costruita — l’uso di intestazioni, spaziature, rientri, segmentazioni per data, la densità o l’ariosità del testo, l’eventuale alternanza tra registrazione e commento —
non è un fatto puramente grafico: è una scelta che orienta la lettura e rivela la funzione del manoscritto (registrare, ordinare, periodizzare, conservare).

Un caso-studio particolarmente eloquente è la presa di Ancona dell’8 febbraio 1797, che nei nostri manoscritti affiora con due registri molto diversi. Negli annali di Pasquale Ubaldo d’Antonio Bedetti (MS 286–288) l’evento entra nella pagina con l’urgenza della cronaca: tempo e luogo sono marcati con precisione, e il racconto si addensa intorno alle conseguenze immediate sulla vita urbana. Bedetti annota l’arrivo delle truppe “sulle ore 24 1⁄2 di notte” e subito dopo descrive la presa di possesso dei punti nevralgici — “pigliò subito possesso… delle Porte della Città, e di tutti i quartieri” — facendo emergere la città come spazio governato da presidi, alloggiamenti, ordini pubblici, segni e rituali. Questa prossimità all’accadere è riconoscibile anche nella pagina: la scrittura procede per scansioni temporali e passaggi successivi, con una disposizione che favorisce l’idea di “registro”, di sequenza, di accumulo. La pagina, insomma, non mira a chiudere il senso in una sintesi, ma a conservare tracce: non solo l’evento in sé, ma l’impronta che lascia nelle pratiche e nei comportamenti collettivi.
Proprio per questo, accanto ai passaggi di rilievo politico, l’annalista conserva ciò che spesso sfugge alle narrazioni sintetiche: l’illuminazione comandata, la formazione della Guardia civica, la messa in scena simbolica dell’albero della libertà e i discorsi pubblici; e anche gli effetti sugli spazi religiosi e conventuali. In questo tipo di
scrittura l’orizzonte è ravvicinato: la storia è osservabile nel punto in cui diventa quotidianità.

Di taglio diverso è la registrazione di Camillo Albertini, che fa emergere l’evento come cesura e come problema di costruzione del racconto. La sua pagina non rincorre l’ora o il dettaglio minuto: usa l’8 febbraio 1797 come uno snodo che impone di riorganizzare la narrazione e, per così dire, di dichiararne i limiti. Albertini scrive “Stante la
venuta delle truppe Francesi… (8. Febbrajo 1797:)” e, anziché proseguire con una sequenza serrata di fatti, segnala un’interruzione: “rimane… il vuoto… fino alla felice Entrata delle truppe Alleate Imperiali occorsa parimenti la sera del Mercol: 13. Nov. 1799”. Anche qui la mise en page lavora in parallelo con l’intenzione: la pagina tende a costruire soglie, passaggi, cornici; a rendere percepibile la periodizzazione e l’articolazione del racconto più che la registrazione ravvicinata dell’accadere. È un gesto istruttivo: la storia non è solo narrazione, ma anche architettura, scelta di ciò che è trattabile entro un certo impianto. Lo stesso autore esplicita la necessità di una “storia a parte” per quel tratto di tempo e lascia trasparire il peso materiale del lavoro erudito e della propria condizione (“l’avanzata mia età…”), come se la scrittura si misurasse con una soglia di fatica e con una responsabilità verso la memoria cittadina.

Queste due pagine, lette una accanto all’altra, non oppongono “Storia” e “cronaca” come valore contro disvalore. Mostrano piuttosto due regimi di scrittura del passato che nel fondo convivono e si completano. La scrittura annalistica lavora per successione di eventi e per densità del particolare, e la sua forza sta nel rendere visibile
la trasformazione mentre accade; la scrittura erudita lavora per ordinamento e per quadro generale, e la sua forza sta nel collocare gli eventi dentro una struttura, nel marcare fratture e durate, nel tenere insieme istituzioni e memoria civica. La diversa mise en page non è un dettaglio secondario: è parte del metodo,
perché materializza sulla carta ciò che ciascun testo intende fare con il passato.

È precisamente qui che la digitalizzazione diventa uno strumento di ricerca e di valorizzazione insieme. Rendere disponibili le pagine significa permettere confronti puntuali; ma rendere il nucleo leggibile e incrociabile significa anche restituire al pubblico la consapevolezza che la storia di una città è fatta sia di quadri generali sia di tracce minute, e che spesso è proprio l’attrito tra questi due livelli — e tra i modi di metterli in pagina — a produrre conoscenza.
Presentiamo dunque questo fondo manoscritto come una risorsa fondamentale per la storia di Ancona: non un deposito uniforme, ma un laboratorio in cui le fonti, diverse per forma, scala e finalità, possono essere messe in relazione e interrogate sullo stesso fatto, come abbiamo fatto qui con il 1797.